Nunzio Di Francesco, Catania

Fu verso la fine del gennaio ’45 quando mi trovai nel Lazaret (Kanchecaus) di Mauthausen (forse si chiamava campo 3), parcheggiato nudo assieme ad altri centinaia di deportati di nazionalità diverse. Conobbi qui un anziano medico lombardo, deportato sin dal mese di aprile 1944, Vallardi di cognome. Questi mi consigliò di farmi trasferire subito da quel baraccone in qualsiasi comando di lavoro forzato, provvedendo nello stesso tempo egli stesso per risparmiarmi da eventuali esprimenti nazisti. Ancora ventenne, mi sentivo spacciato e non avevo nessuna voglia di sopravvivere, ma il Vallardi mi fece conoscere altri deportati italiani parcheggiati in quel puzzolente baraccone: un altro lombardo quarantenne, il barbiere della baracca; un torinese cinquantenne assieme al figlio ventenne. Ma l’incontro più significativo fu con un Etneo di Adrano, il Prof. Carmelo Salanitro. Era fisicamente mal ridotto, proprio ai minimi termini, più che gli altri, non solo per la lunga durata della sua deportazione, ma, soprattutto, per la sua sensibilità di uomo onesto, raffinato per la sua ottima educazione, la sua religiosità, la sua cultura. Era stato un dirigente del Partito Popolare, molto amico di Don Sturzo. Si reggeva a stento all’impiedi, annichilito, senza occhiali, quasi non vedeva. Nel sentire il mio accento etneo, provò un senso di conforto. Volle sapere il perché, io così giovane, fossi
stato deportato. Partigiano, risposi, condannato a morte dal tribunale nazifascista di Torino. E lei, professore, perché qui? domandai. Educavo, rispose, i miei studenti a lottare per la pace, la libertà e la democrazia. Fu il mio preside Verde a denunciarmi ed a consegnarmi al tribunale speciale fascista, condannato a 18 anni da scontare nel carcere di Sulmona. Dopo l’8 settembre 1943, venni consegnato ai nazisti e deportato in più campi di sterminio (Dachau – Mauthausen). Il prof. Salanitro, malgrado fosse quasi del tutto privato della sua forza fisica, si mostrava, per la grande energia morale che aveva, sereno e rassegnato come se gli toccasse pagare con la tortura, per il resto della sua vita, per la difesa di una giusta causa: i grandi ideali della libertà, della pace e della democrazia. Veniva finito nelle camere a gas il 24 aprile del 1945, nel momento in cui stava per concludersi il conflitto contro il nazifascismo in Italia e in Europa. Carmelo Salanitro fu un personaggio molto scomodo per essere restituito vivo alla sua terra e finì nei forni crematori assieme a tanti altri milioni di martiri, desiderosi di libertà e di pace. Che cosa ne penserebbero alcuni difigenti del Partito Popolare di oggi, dai Buttiglione ai Formigoni? Rinnegherebbero i patrioti cattolici che, assieme a moltissimi combattenti laici e di sinistra, pagarono con le torture la vittoria della libertà, della democrazia e la pace, trovandosi alleati nuovamente con i fascisti di ieri e di oggi? Questa enorme, pericolosa confusione politica dovrebbe far riflettere tutti gli italiani che si ispirano ai valori della pace, della democrazia e della giustizia sociale, difesi col sangue dai più generosi.
Nunzio Di Francesco