Costituzione: 16 marzo 1942
Ubicazione: Polonia, a circa 80 km da Lublino

Il campo di Sobibór fu uno dei tre campi, insieme a Treblinka e Bełżec, costruiti nell’ambito dell’Aktion Reinhard, ossia l’operazione di sterminio degli ebrei concentrati nella Polonia occupata, ideata dal gerarca nazista Reinhard Heydrich, governatore del Protettorato di Boemia e Moravia.

Nel marzo 1942 giunge a Sobibór l’Einsatzgruppe Reinhard incaricato della costruzione del campo, che si conclude nell’aprile dello stesso anno. Il campo entra in funzione il 16 maggio 1942, ospitando i primi convogli di ebrei provenienti dalla Polonia, dalla Germania, dall’Austria e dalla Cecoslovacchia. In questa prima fase, fino al luglio dello stesso anno, vengono eliminati circa 100 mila ebrei.

Alla fine di agosto il comandante del campo Franz Stangl viene inviato a Treblinka e sostituito da Franz Reichleitner, che si impegna – riuscendovi – a liquidare sistematicamente i prigionieri di tutti i convogli il giorno stesso del loro arrivo.

Il 12 febbraio 1943 giunge a Sobibór il capo delle SS Heinrich Himmler per assistere all’intero processo di eliminazione di un trasporto.

Il campo di Sobibór è diviso in tre zone: la zona di amministrazione delle SS; la zona di “recinzione” o “accoglienza” dove gli ebrei devono passare attraverso varie procedure (divisione secondo il sesso, consegna dei beni propri, taglio dei capelli per le donne) prima si essere uccisi nelle camere a gas; la zona dello sterminio vero e proprio che comprende le camere a gas, le fosse comuni e gli alloggi per gli ebrei che lavorano nel campo.

Ogni giorno giunge a Sobibór almeno un convoglio di ebrei. Una volta arrivati, i prigionieri vengono fatti scendere dal treno dai prigionieri addetti al Sonderkommando. La tecnica utilizzata dai nazisti consiste nel tenere segreto fino all’ultimo momento alle vittime il destino che li attende. Per mezzo di un altoparlante viene detto loro che si trovavano in un campo di transito, che avrebbero proseguito verso est diretti a un campo di lavoro e che, per prevenire eventuali malattie, è necessario fare una doccia e disinfestare gli abiti.

Dopo l’annuncio delle SS gli uomini e i ragazzi sono separati dalle donne e dai bambini e condotti in due diversi gruppi verso le camere a gas. Alcune centinaia di prigionieri ebrei sono stati scelti tra quelli dei primi trasporti per svolgere i lavori nel campo. Alcuni lavorano come sarti, calzolai, artigiani e orafi, altri svolgono le attività utili alle SS e alle guardie ucraine. Questo gruppo di prigionieri conta circa un migliaio di persone di cui circa 150 donne.

Il 14 ottobre 1943 un gruppo di deportati ebrei, capitanati dall’ufficiale ucraino dell’Armata Rossa Aleksandr Aronovič “Saša” Pečerskij, inizio a una rivolta. Dopo aver rubato le armi alle SS, riescono ad ucciderne 11 per poi tentare la fuga. La scoperta del cadavere del sergente Rudolf Beckmann però mette in allerta i guardiani del campo che iniziano a massacrare i primi detenuti che tentano la fuga attraverso il campo minato in direzione del bosco. Dei circa 600 detenuti in fuga circa la metà riesce ad evadere ma di questi 70 vengono uccisi nelle immediate vicinanze del campo. Dei sopravvissuti circa 170 vengono nuovamente catturati dalle SS nei dintorni del lager e uccisi nei giorni seguenti assieme ad altri prigionieri che non partecipano all’evasione.

Si è a conoscenza di soli 58 superstiti di Sobibór, 48 uomini e 10 donne, alcuni dei quali sono fuggiti dal campo prima della rivolta del 14 ottobre 1943.

I nazisti, in seguito a quell’episodio, decidono di chiudere il campo demolendolo e occultandone il sito, piantando centinaia di alberi. Al suo posto viene costruita una finta fattoria, abitata da una guardia ucraina che si spaccia per un contadino.

Il 18 settembre 2014 Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, dopo otto anni di opere di scavo archeologico, annuncia di aver individuato l’esatta collocazione delle camere a gas del campo di sterminio di Sobibór. Nel corso di questi lavori vengono inoltre reperiti vari oggetti personali delle vittime.

Georgia Mariatti