Costituzione: 15 maggio 1939
Ubicazione: nelle vicinanze di Fürstenberg


Già nel novembre 1938 una colonna di 500 uomini fu distaccata da Sachsenhausen, per erigere, nella piana di Macklenburg, circa 80 chilometri a nord di Berlino, un campo per ospitare i detenuti del disciolto campo di Lichtenburg. Doveva essere, nei primi tempi, un campo di «rieducazione» dei prigionieri politici tedeschi. Poi divenne un campo prevalentemente femminile.
Il primo contingente di 867 donne arriva a Ravensbrück già nel maggio 1939. Si tratta in gran parte di comuniste, socialdemocratiche e testimoni di Geova tedesche. Nel settembre dello stesso anno si aggiunge alla popolazione presente un trasporto di zingare con i rispettivi bambini. Poi altri trasporti di donne provengono dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Francia, dall’Italia: insomma da tutti i paesi invasi ed occupati dalle truppe hitleriane. In breve il campo ospita 2.500 deportate il cui numero è destinato ad aumentare a 7.500, fino a raggiungere, sul finire della guerra, la mostruosa cifra di 45.000 presenze. Nel complesso, tenuto conto dei decessi e dei trasferimenti, sembra accertato che a Ravensbrück furono immatricolate 125.000 donne delle quali circa 95.000 persero la vita. Circa 1.000 furono le italiane (di cui 919 identificate). A Ravensbrück nacquero 870 bambini, ma solo pochissimi ebbero la ventura di sopravvivere. Altri bambini, entrati nel Lager con le loro madri, non resistettero agli stenti, alla denutrizione, al clima.
Il personale di sorveglianza di Ravensbrück era formato da speciali reparti femminili delle SS che si sono prodigati per rendere impossibile la vita delle deportate. La ferocia di queste aguzzine ha superato ogni immaginazione e reso ancora più penosa ed insopportabile la già grama esistenza delle loro vittime.
La vita del campo era regolata dalle esigenze del lavoro nelle fabbriche contigue al campo o addirittura inserite nel suo recinto. Si trattava di industrie produttrici di materiale bellico o comunque di prodotti destinati all’esercito. La fatica, dovuta ai ritmi di lavoro inumani, la denutrizione e i rigori del clima, contribuirono in larga misura a stroncare la vita delle più anziane, delle più deboli, delle più debilitate. Per contro un movimento di solidarietà e di resistenza clandestino si sviluppò presto fra le deportate, e cercò di aiutare in tutti i modi possibili le più esposte. Da quel movimento clandestino partivano anche istruzioni per il sabotaggio della produzione, per le azioni necessarie per proteggere i bambini, per sottrarre alla violenza delle Kapo e delle ausiliarie SS le compagne prese di mira o comunque in pericolo. Questa solidarietà, che non conobbe distinzioni di nazionalità, di religione, militanza politica o condizione di origine sociale, fu la sola ancora di salvezza alla quale fu possibile attaccarsi, per non naufragare in quel mare di violenza e di terrore nel quale i nazisti hanno tentato di far affogare le proprie vittime.
Anche a Ravensbrück furono condotti su vasta scala – data la disponibilità di materiale umano – esperimenti pseudoscientifici d’ogni genere. Sterilizzazioni, aborti, infezioni e altre malvagità furono all’ordine del giorno. Di questa infame attività, esplicata con zelo e sadismo, esiste un’ampia documentazione, basata non solo su testimonianze agghiaccianti, ma su prove inconfutabili.
La 49.a unità della 2.a armata sovietica del fronte bielorusso ha liberato Ravensbrück il 30 aprile 1945. Il campo era stato in gran parte evacuato alcuni giorni prima. Rimasero ad attendere i liberatori circa 3.000 donne, alcuni bambini e pochi uomini ammalati, intrasportabili, tutti in condizioni pietose.

Per saperne di più sulla storia del Lager e per ottenere informazioni sul Memorial (orari di visita, percorsi di accesso ecc.) consultare il sito della Fondazione Ravensbrück (testi in Italiano, inglese, francese, tedesco e anche polacco).

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